L’air gun spiegato da un esperto. “All’interno di questi impatti va considerata l’intera catena antropica”

Abbiamo ricevuto un interessante intervento che il Dottor Gargiulo fece ad un consiglio comunale di Bosa nel mese di marzo. Ringraziamo per il contributo che ci è stato inviato e lo pubblichiamo integralmente anticipandolo da una breve presentazione.

-Il Dottor Gargiulo risiede a Sassari, è laureto in ingegneria meccanica, è laureato anche in lettere classiche e ha diverse pubblicazioni, ha un’esperienza dirigenziale nella pubblica amministrazione di lungo tempo. E’ stato dirigente degli uffici del territorio di Sassari, nelle conservatorie dei registri immobiliari di Sassari e Tempio Pausania; direttore regionale della Sardegna Agenzia del Territorio e direttore dell’Ente Parco dell’arcipelago della Maddalena. Ha svolto anche altre attività integrative, libera professione e attività nel WWF Sardegna. Ha diverse docenze in architettura del paesaggio, beni culturali etc. e ulteriori docenze di topografia e cartografia, discipline urbanistiche e ha vinto un premio del paesaggio bandito della Sardegna con un progetto dal titolo “Iselle, da cava dismessa a parco archeologico”, un progetto che prevede il recupero e restauro paesaggistico ambientale di una cava di granito dismessa in comune di Buddusò.

Dr. Gargiulo

Sono veramente grato per questo invito e per darmi questa possibilità di trasmettere, queste conoscenze che abbiamo acquisito con il massimo dell’oggettività possibile, anche se ovviamente capite che uno non può rinunciare totalmente alla propria forza emotiva su questi argomenti.

Per altro ci spostiamo in ambito ambientale dalla terra al mare!

Cercherò di farlo in maniera molto rapida perché il problema è estremamente complesso, si è trattato di un lungo lavoro che  stiamo portando avanti – come vi dirò in seguito – da più di due anni, perché c’è anche un progetto precedente in merito.

Si tratta di una lunga mole di elaborati che cercherò di riassumere in breve tempo.

Partiamo dall’area. Abbiamo già avuto un precedente incontro, quindi siete già sicuramente al corrente dell’argomento. L’area è quella del nord-ovest della Sardegna, una zona che è stata definita dal Ministero come suscettibile di esplorazioni di questo tipo finalizzate non solo alla ricerca ma anche allo sfruttamento degli idrocarburi che dovessero essere ritrovati nelle profondità al di sotto del fondale marino.

L’area è notevolmente vasta, vi darò una serie di indicatori in modo che l’aspetto tecnico sostenga le cose che andiamo dicendo.

Si tratta di una superficie di circa 21.000 chilometri quadrati; per intenderci è un quadrato che partendo da queste zone frontaliere arriva in prossimità delle Baleari, investe la Corsica, si ferma a una certa distanza da quello che conoscete come santuario dei cetacei, Pelagos, di importanza mondiale per la riproduzione di queste specie.

Questa zona dovrebbe essere oggetto di prospezioni. Il discorso è articolato in tre momenti, secondo quelle che sono le direttive: attualmente la ricerca è quella relativa alle prospezioni; in un secondo momento potrà essere fatta – parliamo di titoli minerari tutti in capo al Ministero dello Sviluppo Economico – una ricerca più mirata per quanto riguarda le perforazioni; in un terzo momento viene data una concessione allo sfruttamento della risorsa.

Questo è il percorso complessivo e quello che andiamo ad esaminare stasera, relativo al titolo autorizzativo che è stato chiesto dalla TGS, è solo la parte della prospezione ma ovviamente non è finalizzata a uno studio scientifico, è sicuramente finalizzata al risultato finale dello sfruttamento delle eventuali risorse.

Per quanto riguarda questo tipo di risorse – idrocarburi – c’è da tempo una ricerca in tutto il bacino del Mediterraneo; dal 2003 al 2013 sono stati aperti sette pozzi soprattutto per lo sfruttamento del gas – tra gli idrocarburi dobbiamo intendere quelli gassosi e quelli oleosi – e invece un solo pozzo per quanto riguarda gli oli.

La maggior parte delle risorse che vengono reperite nel fondale marino, circa il 67% sono di carattere gassoso e questo ha un’importanza notevole.

Il perimetro di quest’area si tiene a una distanza di circa 45 chilometri dalla costa, perché oltretutto c’è il vincolo che non può essere indagata una fascia a meno di 12 chilometri; la distanza è di 45 chilometri minimo.

La profondità sulla quale si pensa di agire varia tra i 2000 e i 2800 metri di profondità; questo ovviamente è il fondale, quello che si dovesse poi andare a reperire in termini di risorsa è aldilà di questa profondità.

Come avviene la prospezione? Il principio è basato sulla cosiddetta sismica di riflessione, cioè c’è una nave che traina dei cavi a cui sono legate delle sorgenti acustiche; sostanzialmente sono dei cilindri all’interno dei quali agiscono due pistoni, all’interno dei quali viene iniettata aria ad alta pressione.

Parliamo di 400 atmosfere ogni air-gun; tenete presente che ogni trainata sono 36 di questi air-gun. All’interno di ognuno di questi cilindri si raggiunge la pressione di circa 400 atmosfere; quando si raggiunge questa pressione, il pistone si  muove e la camera viene messa in comunicazione con l’esterno.

La fuoriuscita improvvisa di quest’aria determina la creazione di un’onda sismica, di una bolla che è un’onda sismica, una trasmissione di energia.

Quest’onda sismica opportunamente indirizzata per ognuno di quelli air-gun crea sostanzialmente un’onda sismica concorde che va verso la profondità del mare.

Arrivata al fondale, si trasmette attraverso gli strati geologici e a seconda di come viene riflessa per la diversa natura della stratigrafia geologica e per gli elementi interstiziali emette a sua volta un’onda acustica di riflessione.

Insieme agli arreix sono trainati degli streamer, che sono dei ricettori che ricevono il segnale di riflessione dalla nave. Sono sei di questi cavi di notevole lunghezza.

Il segnale che viene recepito viene trasformato in un segnale elettrico e registrato dalla nave. Questi elementi verranno poi rielaborati in opportuni contesti per fornire un modello.

Quale modello? In un primo momento l’intera area viene grigliata con delle direttrici distanti circa cinque chilometri e restituiscono un modello in 2D; in un secondo momento si rifà la mappatura raddoppiando il numero degli air-gun, quindi si passa a 36×2 e si restringe il campo con maglie di 500 metri.

A questo punto si ha una risoluzione in 3D, in questo modo chi fa la prospezione riesce ad avere un range ristretto dove poter fare poi il pozzo di ricerca e l’eventuale estrazione nel futuro a colpo abbastanza sicuro.

Ovviamente non sappiamo a che profondità è la risorsa. Poi vedremo gli aspetti ambientali, in linea di massima il funzionamento è questo, gli air-gun sparano questa bolla tra i 6 e i 10 secondi e la nave cammina a tre nodi di velocità, grosso modo; sostanzialmente è come dire un bombardamento a tappeto per l’intera superficie fatto per uno spazio temporale che è di circa sei mesi, distribuito in due anni.

Questo è sostanzialmente il quadro operativo. Ovviamente anche questo vi dà l’idea dell’investimento in questione.

Quali sono gli effetti, i cosiddetti impatti ambientali di questo tipo di azione? Abbiamo descritto l’aspetto di natura tecnica, di come avviene il fatto.

Faccio presente un’ultima cosa: si tratta veramente di una trasmissione di un’onda d’urto di energia, io ho fatto un breve calcolo, di circa 1.800.000 jaul – la TGS non dà questo dato, ma l’ho desunto da un altro progetto – che sostanzialmente equivarrebbero a circa 1800 chilowattore al secondo per ogni impulso energetico.

Diciamo che è un effetto considerevole di trasmissione di energia all’acqua.

Cosa può succedere? Dov’è l’impatto?

Su questo ovviamente c’è un grande dibattito. L’ISPRA ha fatto una relazione – la trovate in internet – ma è indirizzata esclusivamente al discorso cetacei. Però il discorso non è limitato solo a questa risorsa marina, ma a tutte le specie animali – e non solo.

I cetacei sono in qualche modo più facili da studiare, si possono tenere in cattività e si può vedere l’effetto. Tenete presente che tutti gli studi sono stati fatti in ambito biologico abbastanza ristretto, perché i biologi operano a una distanza modesta dalla costa.

Noi parliamo di profondità praticamente inesplorate, quindi di fatto c’è una notevole ignoranza rispetto a questi problemi, una vera conoscenza non c’è.

All’interno di questi impatti va considerata l’intera catena antropica.

Per riguarda i cetacei già si sa che l’effetto in termini acustici può essere misurato al massimo degli impatti in circa 260 decibel; normalmente i cetacei già cominciano ad avere problemi con meno della metà di questo tipo di pressione acustica.

Questo potrebbe tradursi in un danno di tipo acustico per questi animali e per loro non è solamente un problema di abbassamento del livello o di perdita dalla percezione acustica, ma è anche un problema di orientamento.

Andando ad agire con questi impatti, sostanzialmente andiamo ad agire sull’intero modello di socializzazione e di nutrizione di tutte queste specie, perché possono perdere l’orientamento e risalire in velocità per lo spavento; abbandonare le cure parentali. I cetacei hanno un sistema sociale molto vicino al nostro.

Bisognerebbe avere una mappatura completa di tutte le specie, perché qui stiamo parlando dei grandi cetacei ma ci sono tutte le specie pelagiche, quindi delfini, stenelle, sardine, acciughe, i cefalopodi per esempio, non sappiamo esattamente che cosa succede e questo è il problema.

Entrare nel dettaglio di tutto questo diventa particolarmente complesso perché occorrerebbe avere un modello che non si ha.

La soluzione che viene suggerita, i cosiddetti interventi di mitigazione, consiste nella assunzione a bordo di un osservatore, il quale con il binocolo o con degli idrofoni dovrebbe localizzare queste specie animali e fare interrompere l’operazione fino a quando l’animale non si allontana.

Ovviamente capite che quando parliamo di profondità di 3000 metri sotto l’acqua la cosa può diventare particolarmente laboriosa!

In più c’è l’altro problema che sono alcune specie possono essere in questo modo avvistate; l’altro sistema che viene consigliato è di dare una progressione agli input in maniera che si inizia dagli impulsi sonori più bassi per consentire agli animali di sfuggire.

Ma capite anche bene che operandosi a tappeto in questo modo e su una superficie così ampia, dovremmo ipotizzare che in qualche modo gli animali stiano continuamente fuggendo dall’intero perimetro, di cui noi non conosciamo in alcun modo la consistenza biologica.

Quindi diciamo che da un punto di vista sia biologico, sia etologico del comportamento degli animali, l’effetto che ha questo tipo di attività è sicuramente – utilizzerei il termine devastante, ma potrei essere citato di parzialità – piuttosto elevato, piuttosto rischioso.

Ovviamente il problema non è limitato a questo, perché nel momento in cui la società avesse i dati e c’è una società petrolifera o la stessa società – che in genere non fa estrazione – intenzionata a sfruttare la risorsa, c’è poi tutto il problema della perforazione e dello sfruttamento della risorsa.

Andare a reperire una risorsa a 3000 metri di profondità significa parlare di un perforatore che scende a 3000 metri e trova il suolo; poi deve cominciare a trovare la risorsa nel punto dove è stata individuata, e parliamo di altri 2000 metri circa.

Ci troveremmo di fronte quindi a possibilità molto elevate di perdite di idrocarburi.

Tenete presente che il Mediterraneo risulta a livello mondiale uno dei mari più inquinati per il fatto che è sostanzialmente circoscritto; parliamo di un mare che già presenta in condizioni di attualità 38 milligrammi a metro quadrato di idrocarburo presente.

E’ vero che siamo a 45 chilometri dalla costa, ma è anche vero che dobbiamo mettere in conto correnti e tutto il resto. Quindi il modello che ne verrebbe fuori non è facilmente prevedibile e un principio di precauzione dovrebbe essere tale da suggerirci di evitare una soluzione di questo genere, anche perché si tratterebbe dello sfruttamento di una risorsa che allo stato attuale è stimata minimale.

In tutto il Mediterraneo si parla di 10 milioni di tonnellate di idrocarburi. In più c’è il problema che se si cerca il gas, ovviamente questo è imprigionato all’interno di queste zone interstiziali e quindi c’è il pericolo della possibilità di fatturazione delle rocce.

Ne avrete sicuramente sentito parlare per quanto riguarda le trivellazioni in Sardegna attraverso l’iniezione di fluidi ad alta pressione che determinerebbero lo sgancio di queste particelle gassose, che vengono poi recuperate attraverso un pozzo di estrazione.

Quindi la situazione è piuttosto complessa, spero di averla in qualche modo inquadrata nella sua complessità.

C’è un problema anche di carattere normativo. Ora la procedura è di valutazione di impatto ambientale, tenete presente che la Schlumberger – che è stata la prima che ha fatto questo tipo di richiesta – ha avuto già dal Ministero nel settembre del 2013 valutazione negativa, cioè di non compatibilità ambientale.

Nel febbraio di quest’anno viene presentato da un’altra società lo stesso progetto, identico, e la cosa è particolarmente sospetta perché poi viene varato il decreto sblocca Italia all’interno del quale – art. 38 – si prevede che possono essere rilasciate autorizzazioni per quanto riguarda i progetti di esplorazione.

Quindi una follia generale! Per altro del tutto illegittimo: l’atto con cui la commissione ha negato l’autorizzazione non è presente sul sito del Ministero; io l’ho richiesto a Roma e dicono che lo daranno quando sarà emesso il decreto del Ministro.

Sono passati sette mesi! E’ una cosa semplicemente inconcepibile. Quindi c’è anche dietro una volontà politica.

Un’ultima cosa. All’interno di tutto questo, l’unico a tenere in mano le redini è il Ministero dello Sviluppo Economico.

Sia la Regione, sia le comunità locali sono totalmente escluse da qualsiasi inserimento nel processo decisionale. E’ vero che le comunità non hanno peso, sono escluse da questo processo, però è anche vero che lo devono rivendicare e comunque una delibera ha un valore etico di opposizione, anche se non ha efficacia amministrativa.

Ha sicuramente una forza politica che dice che una città, che non si interessa del proprio piccolo territorio ma della tutela del mare che è di tutti quanti, si oppone a un così irrazionale – a mio avviso – sfruttamento di una risorsa.

Ci sarebbero tante altre cose da dire, ma voglio chiudere con una terzina dantesca. Il quattordicesimo canto del Paradiso è un canto importante perché è il canto che è ammesso nel cielo del sole, dove ci sono i saggi, e prima di parlare con Salomone dice:

“Dal centro al cerchio, e sì dal cerchio al centro

movesi l’acqua in un ritondo vaso,

secondo ch’è percosso fuori e dentro…”

E questa è l’immagine dell’onda che va e viene, sostanzialmente. Poi è messa prima di Salomone….!

Io spero che la saggezza vi illumini in una corale adesione ad una negazione di un obbrobrio di questo genere.

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